Ritornare a essere umani con Ubuntu (umanità)
di Janine Van Der Merwe
Questo libro nasce dall’urgenza di guardare ciò che, individualmente e collettivamente, è stato a lungo evitato. In un tempo di crisi profonda, in cui il mondo sembra muoversi verso una polarizzazione sempre più estrema, l’autrice accompagna il lettore dentro le radici della separazione che attraversano l’essere umano: separazione tra razze e popoli, tra maschile e femminile, tra corpo e spirito, tra realtà oggettiva e interpretazioni basate su costruzioni mentali.
Attraverso un intreccio di esperienza personale, lavoro terapeutico con approccio sistemico, riflessione antropologica e dimensione spirituale incarnata, il testo affronta il mito della purezza della razza e le sue degenerazioni storiche, religiose e scientifiche, mostrando come il razzismo e il colonialismo affondino le loro radici nel dolore della separazione e nella paura dell’alterità.
La storia dell’Occidente viene riletta come una fuga dalla fisiologia della vita, dal corpo, dalla morte e dai cicli naturali, in favore di un’illusione di controllo che conduce a una progressiva disumanizzazione. Il Sud del mondo, e in particolare l’Africa, emergono come luoghi simbolici e reali in cui la vita si manifesta ancora nella sua forza originaria, mettendo in crisi le strutture rigide del cosiddetto “giardino europeo”.
Le relazioni miste, la memoria emotivo-corporea transgenerazionale, le dinamiche di dominazione e sottomissione e il lavoro sistemico diventano chiavi di lettura per comprendere i movimenti evolutivi in atto nel presente e quelli che potrebbero manifestarsi nel futuro.
Entrando in tematiche scomode e spesso rimosse, il libro non offre soluzioni rassicuranti, ma invita a un atto di maturità: vedere ciò che è, assumersi la responsabilità della propria ombra e integrare le polarità. Solo attraversando il dolore della separazione diventa possibile aprire un cuore capace di includere. E ritrovare un centro umano comune oltre ogni divisione.
Janine Van Der Merwe nasce nel 1973, a Pietermaritzburg, in Sudafrica, nel periodo del regime dell’apartheid. Attualmente vive in Friuli, madre di tre figli e sposata con Emanuele Portelli. La prima infanzia, vissuta in uno stato di profonda allerta, sia nel contesto familiare che sociale ma con la grande risorsa dell’Africa degli Zulù, le ha permesso di sviluppare una profonda sensibilità e connessione umana, e di integrare, a quel tempo inconsapevolmente, la qualità africana di Ubuntu. È ideatrice del Metodo Jan – Rappresentazioni sistemiche a regolazione vagale un approccio che consente, oltre all’osservazione del movimento sistemico delle costellazioni familiari, di aprirsi all’informazione epigenetica del “sistema organismo”. Attraverso questo metodo è possibile lavorare sulla memoria cellulare, sui blocchi legati alla gestazione e alla nascita, intervenendo alla radice degli stati di allerta del sistema nervoso e dell’attivazione vagale.
Illustrazioni a cura di Maila Mangiapanello.